Oggi voglio parlare del Paradiso.
Che esiste, intendiamoci, ed è in ognuno di noi, già su questa Terra. Eh beh, come l’Inferno, purtroppo. O per fortuna, magari, ché non si dà un Paradiso se non esiste un Inferno.
Epperò è in modo eguale anche al di fuori di noi, il Paradiso su questa Terra. Basta saperlo trovare, basta avere gli occhi per riuscire a vederlo, basta possedere la tenerezza per poterlo riconoscere.
Basta alla fine volerlo vivere.
Qui a Monterosso è facile incontrarlo, il Paradiso.
Come per ogni dove nelle nostre 5 Terre, del resto.
Perché il Paradiso lo ritrovi nel sentore salso del mare, quel mare limpidissimo, in cui ci vedi i pesci sguizzare, e quasi ti viene voglia di berlo. O di camminarci sopra, magari fosse, hai visto mai, un nostro sconfinato Lago di Tiberiade, e il contorno affilato del Pae Veciu la sospirata sponda di Betsàida.
Un gigante equoreo e salvifico che da tempo immemore i rivieraschi - gente aspra come il vino che se n’esce da vigneti ritorti che abbrancano il cielo - riconoscono per proprio, vero padre.
Beninteso, genitore amorevole, generoso, che nutre e protegge i suoi figli, li accoglie nel suo grembo e li arricchisce di ciò che dona alle reti e di ciò che dona allo spirito.
E tuttavia genitore che talvolta si arrabbia di colpo, e schiocca la riva, e rompe quello che noi, incaute creature fragili, gli abbiamo frapposto. Così, giusto per mostrare agli uomini e agli dèi che il padrone è lui, che le nostre Terre gli appartengono, che quei discendenti di Liguri antichi, incrociati da millanta cromosomi alieni, sono roba sua, solo sua.
Il Paradiso qui a Monterosso lo leggi nelle linee purissime dell’orizzonte, dove in qualche tersa giornate di inverno pieno fanno a volte capolino – raro miracolo di lontananza - i promontori remoti della Corsica.
O più vicino, in una costa scoscesa e dirupata, dove le colline si imbevono di blu, a diteggiare l’acqua come il corpo dell’amante. E il rosso pastellato del tramonto è una coperta lieve al loro amplesso.
Poggi che non invidiano altezze più celesti, quelli delle 5 Terre.
Seni esuberanti che il lavoro millenario di formiche contadine ha plasmato con la linfa della vita, ma non ha sottratto al fuoco di sconvolgimenti immani e senza tempo. Forme selvagge che l’amore ha poco a poco ingentilito e non domato.
Così i muretti di sassi che paiono carezze su quei fianchi prosperosi non offuscano la loro complessità dicotomica, anzi la completano, e quasi la aggraziano ancor più.
Non si danno pendii senza queste screziature gentili, tra la Punta che nasconde la Palmaria e il profilo da dinosauro dormiente del Mesco romito. Non si danno, e se l’incuria figlia di ricchezze improvvise e caduche pare averle restituite all’oblio, esse rimangono lì, sotto un manto verde e dissimulatore, in attesa delle mani che le libereranno. Certe che avverrà, prima o poi.
Il Paradiso a Monterosso lo danzi nei carrugi stretti, dove il sole che appena sfuma un po’ incongruo pare violentare la penombra antica.
Nelle cento stradine tortuose, dove il risuonare di un dialetto brusco eppure dolcissimo approfila uomini adusi a rapire l’esistenza e l’alimento con la fatica delle braccia [fragranze di cibi poveri della loro ricchezza e ricchi della loro povertà, epifanie di sapidità ataviche e materne].
Lo incontri negli angoli nascosti di certi androni sibillini, nelle loro lapidi di ardesia che solo chi li abita conosce, e sottrae con cura alla violenza di chi non capirebbe. Di chi li avvilirebbe in immagini buone per le cene a Boston o a Yokohama. Visitatori frivoli e un poco barbari, ignari degli spiriti che vi dimorano da sempre, dei soffi di monterossini antichi che quegli stessi androni innalzarono pietra su pietra, malta su malta, goccia di sudore su goccia di sudore. Che quelle ardesie incisero come umile lode all’esistere.
Il Paradiso lo scopri nelle piazzette vegliate dalle case, quando assera, quando il chiassare sguaiato dei mille linguaggi si placa e si sottace, e diviene solo un incidente, che tanto cos’è un attimo di fronte all’eterno?
Lo assapori nel respiro della Chiesa dal rosone sublime, e nella serenità composta dei piccoli oratori; nell’operosa accoglienza del Convento e nella maestosità del Castello che abbraccia chi è salito all’infinito e lo mantiene alla pietà di chi resta.
Scaglie tutte di un Eden recondito, dove l’entrare è difficile come il cammello nella cruna dell’ago e il ricco nel Regno dei Cieli, ma se ci entri è per sempre, e ci fai il nido per acquietarti al sicuro dagli schiaffi del mondo.
Ti ci aggiri, tra questi carrugi e questa gente, come un bimbo che si muova in un dedalo inconosciuto eppure accogliente. Eppure amico.
Ti ci aggiri, come forse un’anima nel Paradiso di una tiepida stellata di settembre.
Danilo Francescano
Giornate Internazionali de I Parchi Letterari - 11 edizione 2025
immagine: Monterosso al Mare. Passeggiate naturalistiche e letterarie nel Parco Letterario Montale
(..) per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni. (..)
Eugenio Montale (I Limoni, Ossi di seppia)