Uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel ch’i’ vidi
(Canzoniere, 90, vv. 12-13
La cronologia degli uomini, scandita dall’oggettività di misurazioni e date, si accinge a celebrare una ricorrenza in qualche modo doppia, di nascita e di morte: Francesco Petrarca, che aveva visto la luce ad Arezzo il 20 luglio dell’anno 1304, si spense infatti nella sua dimora euganea di Arquà tra il 18 e il 19 luglio del 1374 (una manciata di ore ancora, e avrebbe raggiunto i settant’anni...).
L’inizio e la fine del pellegrinaggio terreno del poeta si situano dunque nel pieno dell’estate, periodo in cui, secondo l’astrologia, la pensosa sensibilità del segno del Cancro lascia spazio al ruggito del Leone e dall’alto di un cielo terso splende il sole più intenso e caldo che l’emisfero boreale possa avvertire.
Ma gli accenni alle stagioni, quando compaiono nell’opera di Petrarca, hanno valore simbolico, non realistico, e contribuiscono a definire, di componimento in componimento (366 liriche formano i Rerum Vulgarium Fragmenta, conosciuti dai più con il titolo di Canzoniere), un calendario squisitamente interiore – di esperienze trasfigurate nel ricordo, di sogni e ravvedimenti, di desideri e pena, di rimpianti e preghiere – la cui sequenza, irriducibile alla (presunta) linearità del tempo, assume piuttosto un andamento ritornante su se stesso; gli spiragli schiusi sull’esterno da questa dimensione intima e privata sono poi estremamente rari e, quando aperti, come si accennava, alludono a un significato altro.
Se proprio si vuole associare una stagione alla silloge petrarchesca, inoltre, non sembra plausibile optare per l’estate in cui egli nacque al mondo, bensì per la primavera in cui nacque all’amore e alla poesia dall’amore ispirata: il giorno fatidico del primo incontro con Laura, ribadito in molteplici componimenti chiamati ‘di anniversario’, è il 6 aprile del 1327 (e sempre il 6 aprile, nell’anno 1348, l’amata di Petrarca, secondo ciò che egli stesso riferisce, morì di peste, insinuando per lui, in ogni primavera a venire, il grigiore di un’incancellabile malinconia).
Sono comunque vari, molteplici, i tipi di sole che si accendono a brillare, volta per volta, nei versi di Petrarca riservati a Laura.
Il componimento 9 del Canzoniere, ad esempio, appaia in modo esplicito il sole-astro, che prodigo di fecondità brilla unito alla costellazione del Toro, e Laura, metaforico sole in mezzo alle altre donne; (1) ella però, nonostante avvolga l’amante nella propria luce, poiché gli nega la corresponsione sentimentale gli impedisce di assaporare un’autentica, completa fioritura del cuore:
Quando ’l pianeta che distingue l’ore
ad albergar col Tauro si ritorna,
cade vertù da l’infiammate corna
che veste il mondo di novel colore; 4
et non pur quel che s’apre a noi di fore,
le rive e i colli, di fioretti adorna,
ma dentro dove già mai non s’aggiorna
gravido fa di sé il terrestro humore, 8
onde tal fructo et simile si colga:
così costei, ch’è tra le donne un sole,
in me movendo de’ begli occhi i rai 11
crïa d’amor penseri, atti et parole;
ma come ch’ella gli governi o volga,
primavera per me pur non è mai. 14 (2)
Il sole – fisico o dell’Oltremondo – viene spesso detto inferiore a Laura, sia che di lei venga còlta l’avvenenza (le sue trecce bionde rivaleggiano con i raggi dorati dell’astro) sia che il poeta ne elogi l’altezza spirituale: il componimento 31, probabilmente suggerito dalla contingenza di una malattia di Laura, dichiara che se l’anima di lei ascendesse nel lembo di Paradiso posto fra il cielo di Venere e il cielo di Marte, ossia nel cielo del Sole, il Sole stesso sbiadirebbe a confronto con la luce sprigionata dalla sua anima (vv. 4-5).
Non bisogna dimenticare, inoltre, il retaggio mitologico sotteso alla vicenda di cui Petrarca è protagonista insieme alla gentildonna conosciuta ad Avignone nell’aprile del 1327.
Il nome Laura traduce in latino (dal sostantivo laurus) il greco Δάφνη, nome di una bellissima ninfa, figlia del dio fluviale Peneo e votata alla verginità. Inseguita da Apollo che se ne era rabbiosamente invaghito, la fanciulla implorò l’aiuto paterno per conservare la sua purezza; Peneo intervenne in suo soccorso e la ninfa venne tramutata in una pianta d’alloro (in greco, come nome comune, δάφνη).
Apollo, pur deluso nella sua cocente passione, decise di mantenere un qualche legame con la ninfa, con ciò che ella era diventata, e scelse le fronde dell’alloro quale simbolo della poesia, di cui è dio.
È semplice intuire quanto il mito riflesso e racchiuso nel nome di Laura abbia sedotto Petrarca, innamorato anche della classicità (3) e della gloria poetica: gli consentiva infatti di rileggere la propria sorte di amante non ricambiato nel destino di Apollo… Apollo che, non si dimentichi, viene identificato anche con il Sole.
Costellato da mitiche personificazioni (tra cui il dio Amore ai vv. 2-3), il sonetto 115 del Canzoniere sviluppa una sorta di contesa fra Apollo-Sole, innamorato di Dafne e quindi, per estensione, innamorato anche di Laura che latamente ne continua la storia, e il poeta, Francesco; quando la giovane donna si volta verso di lui il disco del sole, su nel cielo, si vela dispettosamente, rammaricato per la sconfitta:
In mezzo di duo amanti honesta altera
vidi una donna, et quel signor co lei
che fra gli uomini regna et fra li dèi;
et da l’un lato il Sole, io da l’altro era. 4
Poi che s’accorse chiusa da la spera
de l’amico più bello, agli occhi miei
tutta lieta si volse, et ben vorrei
che mai non fosse inver’ di me più fera. 8
Sùbito in alleggrezza si converse
la gelosia che ’n su la prima vista
per sì alto adversario al cor mi nacque. 11
A lui la faccia lagrimosa et trista
un nuviletto intorno ricoverse:
cotanto l’esser vinto li dispiacque. 14
La rivalità con il Sole svanisce, trasformandosi in elegiaco, condiviso lamento di amante non corrisposto e in auspicata alleanza, nel sonetto 188; tuttavia, poiché – lo si è visto anche nel componimento precedente – il profilo di Apollo-Sole si fonde con l’immagine del sole-astro, Petrarca chiede che il vespero giunga in ritardo così che egli continui a scorgere, senza venire ostacolato dalla crescente oscurità, il paese in cui Laura fu bambina:
Almo Sol, quella fronde ch’io sola amo,
tu prima amasti, or sola al bel soggiorno
verdeggia, et senza par poi che l’addorno
suo male et nostro vide in prima Adamo. 4
Stiamo a mirarla: i’ ti pur prego et chiamo,
o Sole; et tu pur fuggi, et fai d’intorno
ombrare i poggi, et te ne porti il giorno,
et fuggendo mi toi quel ch’i’ più bramo. 8
L’ombra che cade da quel’ humil colle,
ove favilla il mio soave foco,
ove ’l gran lauro fu picciola verga, 11
crescendo mentr’io parlo, agli occhi tolle
la dolce vista del beato loco,
ove ’l mio cor co la sua donna alberga. 14
Sebbene sia un appassionato cultore dei classici, e sebbene non possegga la fede tetragona di Dante, Petrarca resta un poeta cristiano. E nel sistema di codici e simboli del Cristianesimo, come è noto, il Sole rappresenta, tra le parvenze del mondo sensibile, quella che per prima rimanda all’idea del Bene: a Cristo e a Dio.
Per Laura, donna-sole dagli occhi pari a due soli, incastonati nel volto, morire significa dunque, come per tutti i Cristiani, tornare al vero Sole, alla vera luce.
La salvezza della donna, però, per il poeta rimasto privo di lei equivale allo smarrimento della luce – umana, ma fondamentale – che lo guidava nel labirinto dell’esistenza; dolente e incapace ormai di orientarsi sé egli scrive dunque (Canzoniere, 306, vv. 1-8):
Quel sol che mi mostrava il camin destro
di gire al ciel con glorïosi passi,
tornando al sommo Sole, in pochi sassi
chiuse ’l mio lume e ’l suo carcer terrestro. 4
ond’io son fatto un animal silvestro,
che co’ pie’ vaghi solitarii et lassi
porto ’l cor grave et gli occhi humidi et bassi
al mondo, ch’è per me un deserto alpestro. 8
La consapevolezza della propria solitudine e il dolore costante determinato dalla scomparsa di Laura fanno sì che il poeta non trovi conforto nella prospettiva della beatitudine in cui per l’eternità ella è immersa. Quasi incapace di distogliere lo sguardo da se stesso, Petrarca scivola in accenti scorati, nello strazio; toccante per semplicità suona l’apostrofe alla Morte su cui si apre la lirica 338: «Lasciato ài, Morte, senza sole il mondo / oscuro et freddo».
Il sole che Laura era stata si è spento, e Petrarca non sa scorgere la luce infinita del Sole in cui esso è confluito.
Le scorie di questa tenace, umana fragilità scompariranno gradualmente, annullandosi infine nella canzone che sigilla la raccolta, indirizzata alla Vergine «di sol vestita» e «coronata di stelle» (366, vv. 1 e 2) la cui luce, a differenza della luce terrena, non patisce attenuazioni né acceca, bensì appaga totalmente e disseta l’anima, consentendo che si percepisca la verità.
Forse, quando reclinò il capo sullo scrittoio cui sedeva, impegnato nello studio e nella scrittura, per addormentarsi un’ultima volta, nella notte di un’estate ormai lontana, Petrarca sognò per un istante il sole… non il sole del giorno trascorso, forse nemmeno il sole-Laura o il sole-Apollo… ma l’autentico Sole, in cui si sarebbe risvegliato.
Francesca Favaro
Immagine: Arquà Petrarca (Pd) Casa del Petrarca, Foto di Italia on the road
“Se solo potessi mostrarti il secondo Elicona che per te e le Muse ho allestito sui Colli Euganei, penso proprio che di lì non vorresti mai più andartene”. Francesco Petrarca, Epistole varie, 46, a Moggio Moggi di Parma (20 giugno 1369)