Una gita con mio padre tra le panchine del paese

Spesso mi trovo ad accompagnare mio padre ottantacinquenne in piazza. Solitamente dopo pranzo, quando il sole riscalda le panchine proprio in quell’angolo dove una volta c’era l’edicola del menestrello del paese, Giuseppillo. Quando arriviamo troviamo una bella brigata di pensionati che sosta sulle due panchine, le stesse che la sera vengono agguantate dai giovani del paese.
Una gita con i nonni tra le panchine del paese

Allora mio padre si siede cercando uno spazietto ancora vuoto da riempire e gli altri mi esortano a fare lo stesso. Mio padre mi invita cordialmente e io mi fermo cercando di non rubare il posto a nessuno. Mentre il sole ti invita a sbottonare la giacca e togliere il cappello, seguo i discorsi a volte ironici, a volte saggi, a volte nostalgici, parlando di come i tempi siano cambiati e di come certe realtà non esistano più.

Qualcuno passa e ci saluta incuriosito dalla mia presenza in mezzo ai nonnetti che intanto commentano il pasto di qualche ora prima. Mio padre segue come può, ogni tanto legge qualche insegna, anche le più distanti e lotta con una malattia bastarda che gli leva la memoria, la stessa che magari avrebbe condiviso volentieri con i suoi coetanei. Intanto qualcuno si alza e si avvia per qualche passeggiata, mentre ne arrivano altri in cerca di una sfera di sole.

Mi alzo anch’io e vado a prendere il caffè dentro il bar mentre mio padre mi segue con lo sguardo. Scambio due chiacchiere con il barista, do una sfogliata al giornale sul bancone e intanto arriva Colm, il figlio del poeta Dylan Thomas con la sua borsa, i suoi libri e un immancabile bicchiere in mano. Gli chiedo quale siano i suoi gusti musicali e lui mi dice che in quel momento sta ascoltando i Talking Heads e mi consiglia di ascoltare il brano “Road To Nowhere” che tradotto sta per la strada che non porta da nessuna parte. Mi saluta cordialmente congedandosi.

Intanto il sole cala dietro le montagne, così vado da mio padre e gli chiedo se vuole rientrare a casa. Annuisce, mette la mano sotto braccio e ci incamminiamo di nuovo verso casa. Faticosamente arriviamo al portone di casa e infilo la chiave per aprire. Mio padre si stupisce che io abbia la chiave.

Entriamo e incominciamo a salire le sessanta scale che portano all’appartamento.  Dopo le prime dieci si ferma per riprendere fiato alle gambe. Io lo seguo una scala alla volta. Dopo le altre dieci, si ferma di nuovo e vedendomi al suo fianco si vuole sdebitare nei miei confronti “Uno di questi giorni mi devi fare un piacere, devi venire a mangiare a casa mia”. Io annuisco sorridente consapevole che divido già la mensa giornalmente con lui, ma mio padre lo dimentica, come ha dimenticato di avere dei figli. Arriviamo a casa, gli tolgo la giacca, il cappello, gli metto le pantofole e ripenso alle strade che non portano a nulla. Eppure il sole splendeva ed io insieme a lui.

Ho trovato questo video molto bello, quello che poi mi ha ispirato alla scrittura. Lo voglio riproporre piacevolmente…per non dimenticare.

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