Canzone abruzzese blues sul disagio giovanile

Gioventù scallata

Questa canzone abruzzese è un blues. Ho voluto raccontare il disagio giovanile, quello di oggi, dove abbiamo tutto eppur qualcosa manca. Dove sembra che la noia sia predominante e per sconfiggerla ci si affeziona alle macchinette delle roulette dei bar, si buttano sassi dai cavalcavia e ci si confina nella mura della propria stanza abusando nell’utilizzo di social network.

La storia è di uno dei tanti. Un giovane alienato, in questo caso un manovale, che ha aspettative di vita facile, non ha ben in mente quale sia il suo futuro.

Una vita in cui è difficile stabilire rapporti, in cui è difficile incontrarsi, crescere, credere in dei progetti, vivere meglio e insieme. Una società che imprigiona tante vite in scatole chiuse, davanti una tv, dentro un automobile, dentro fabbriche dei sogni, gabbie dorate, falsi miti.

C’è una perdita della vicinanza con la natura, una lontananza per la genuinità e un perversa preferenza nel rincorrere la furbesca apparenza.

Il risultato è un malcontento, un malessere di sottofondo che nella canzone viene racchiuso in un termine ben preciso: “mo me jette”. Letteralmente significa “ora mi butto”, che nella sostanza non è incitamento a spronarsi, a mettersi in gioco , ma vuole intendere l’intento di volersi lasciare andare, buttarsi giù, sia emotivamente che realisticamente (esempio nella canzone: buttarsi da un tetto).

La canzone registrata in studio è proposta molto ironicamente , con l’intervento di mia madre che sprona il giovane figlio a trovarsi la moglie per trovare definitivamente la ritta via (puoi scaricare gratuitamente l’intero album dove è contenuta la canzone). Chiaramente l’ironia è un aggancio notevole che spero lasci spazio anche alla riflessione.

Una volta c’era James Dean con la gioventù bruciata adesso ci è rimasta la gioventù, ma più che bruciata è scallata (scaldata). Il titolo non l’ho coniato io, ma l’ho semplicemente rubato dalla bocca del padre di un mio amico.

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